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Coppia di Netsuké Katabori giapponesi in osso del periodo Meiji

243,00 € IVA inclusa

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Descrizione prodotto

Coppia di netsuké katabori (cioè "scultura a tutto tondo") che raffigurano una coppia di anziani, uomo e donna, realizzati in osso intagliato e colorati con china.
Eccellente stato di conservazione.

Provenienza
Giappone

Epoca
Periodo Meiji (1868-1912)

Misura
Peso 46 g. circa.
Altezza 5 cm. circa; diametro base 2,3 cm. circa.

Note
I più antichi esemplari giapponesi di netsuké risalgono al XIII sec.: sono timbri e sigilli provenienti proprio dalla Cina, denominati to-bori o “scultura straniera”, raffiguranti leoni ed eremiti e riadattati ad una nuova funzione; tuttavia il loro grosso sviluppo si ebbe dall’inizio del XVI sec. fino alla rivoluzione Meiji cioè fino al declino del sistema feudale, toccando il culmine tra il 1750 ed il 1850.
Il fenomeno della miniaturizzazione dell’arte scultorea comprese non solo la produzione profana, ma anche quella sacra; nel XVII sec. l’usanza di custodire nelle abitazioni piccoli altari destinati al culto privato, portò all’elaborazione da parte di scultori buddisti di veri e propri altari in miniatura da appendere al collo o alla cintura. Da qui si diffuse l’uso di appendere all’Obi, la larga fascia usata come cintura, una serie di accessori che dovevano supplire alla mancanza di tasche del kimono, genericamente chiamati “sagemono”, e usati come porta-monete (kinchaku), contenitori di inchiostro e pennelli (yatate), custodie per le pipe e tabacco (tonkotsu), kit da fumo (kinseru-zutsu), portachiavi (kagi) e porta-sigilli o medicinali (inro). Indossati generalmente dagli uomini, che li appendevano al fianco destro, erano accessibili a quasi tutti gli strati sociali, ad eccezione dei più bassi.
Il netsuké, che letteralmente significa “radice che fissa”, era in origine un pezzo di legno scolpito grossolanamente, ma sempre ben levigato, in modo da non rovinare la seta dell’obi. Esso rappresentava dei e demoni scintoisti o buddisti e veniva venduto insieme agli articoli religiosi presso i templi del paese. Quando nel XVI sec. cominciò a svilupparsi una committenza mercantile e borghese, i soggetti di tipo religioso vennero soppiantati dalle figure del mondo animale, reale e mitico. Successivamente cominciarono ad apparire rappresentazioni della vita quotidiana, scene di gioco, fatti storici e religiosi, sempre estremamente realistici ma caratterizzati anche da un inedito gusto per il grottesco, ed una grande varietà di specie vegetali.
I netsuké misuravano all’incirca 5 cm ed erano scolpiti in legno (specialmente bosso, cipresso, sandalo, ebano e ciliegio), in avorio di elefante, ma anche zanne di ippopotamo, cinghiale, tricheco, denti di tigre e di capodoglio e corno di cervo. Tra i materiali meno usati sono citati la lacca applicata su bambù, un corallo nero (umimatsu), un fossile vegetale (umoregi), la giada e le pietre dure, ma queste ultime furono adottate in epoca moderna.
La funzionalità e le potenzialità taumaturgiche, qualità per cui il netsuké venne adottato almeno fin dal XIII sec., cedettero il passo, intorno al XVIII sec., al gusto per la complessità dell’incisione e per la raffinatezza delle sculture miniaturizzate, che lo trasformarono da amuleto a prezioso status-symbol, attirando la committenza di signori feudali e aristocratici. Da oggetto funzionale caratterizzato da una forma arrotondata o sferica e da una lavorazione compatta e levigatissima, il netsuké divenne ben presto un pezzo da collezione come testimoniano le forme spigolose, le lavorazioni a traforo, l’ingegnosità dei disegni, la scelta di materiali pregiati ma meno resistenti, e a volte la mobilità di certe sue parti.
Fra i diversi tipi di netsuké, il katabori o “scultura a tutto tondo” è sicuramente il più diffuso ed apprezzato nel mondo del collezionismo per il realismo dettagliato e la qualità scultorea. Esso presuppone due fori (himotoshi) che servivano a far scorrere il cordoncino ed erano posti nella parte posteriore oppure sapientemente mascherati dalle pieghe dei panneggi o dalle code degli animali. L’himitoshi è quindi garanzia di autenticità: un netsuké che ne è privo può essere un “okimono” cioè un ornamento da alcova databile al periodo Meiji, oppure un mediocre esemplare destinato al mercato d’esportazione. E bisogna anche ricordare che furono usati come netsuké gli oggetti più diversi, dai pallottolieri agli orologi solari.
I netsuké più antichi sono apprezzati per il loro stile e per la loro patina ma anche per le epoche che riflettono. Molti alludono a fatti e personaggi leggendari dell’antico Giappone, altri ne attestano l’ inesorabile disfatta contro il tempo. Dopo la rivoluzione Meiji (1868-1912), l’occidentalizzazione del paese ha prodotto un cambiamento radicale: l’introduzione del costume europeo. Il netsuké, svuotato della sua funzione, non era più parte della vita quotidiana ed il suo fascino resisteva solo agli occhi dei collezionisti.
Fino ad ora sono state identificate circa tremila firme diverse, ma solo poche di esse corrispondono ad artisti realmente esistiti. Molti scultori antichi infatti, autori di netsuké pregiatissimi, non hanno firmato le loro opere; d’altro canto è accaduto di trovare spesso pezzi attribuiti a maestri di bottega ma in realtà realizzati dagli allievi.

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